ANNO ACCADEMICO 1968/1969
1) Il mio terzo anno di Università e le nuove matricole senza festa
E finalmente arrivò il terzo anno di Università. Avevo superato tra settembre e ottobre ‘68 altri due esami e cominciavo a pensare alla tesi. Adoravo la glottologia, ma già sapevo che l’esimio professore Vittore Pisani non avrebbe potuto seguirci nelle tesi: era andato definitamente in pensione, con grande dispiacere mio e di tutti quelli che lo stimavano. Con lui avevo avuto per ben due volte 30 con lode in sanscrito e lo stesso voto brillante anche in glottologia.
Dovevo ripiegare su altre tipologie di tesi e scegliere degli argomenti che potessero appassionarmi ugualmente, come quelli che purtroppo non potevo sviluppare...
In italiano avevo avuto 30, 29 in latino e 28 in greco. Mi vennero in mente parecchi argomenti da approfondire, ma... e Giorgio? Lui entro il ‘69 si sarebbe laureato e non potevo imbarcarmi in tesi troppo complesse. Desideravo cominciare al più presto la mia vita con lui...
Smisi per un po’di riflettere sul futuro, uscii dalla mia stanza e scesi giù, a pianterreno, sperando in una chiacchierata con Titti e Lina. Ma non le incontrai...
Vicino al bar vidi un gruppo di studenti appena giunti per frequentare l’anno accademico 1968/1969. Tra loro c’erano due ragazzi che stavano parlando con Paolo Macrì: erano un po’ intimiditi e si guardavano attorno per mettere a fuoco il luogo in cui erano stati appena... catapultati! Mi sembravano un po’a disagio nel nuovo ambiente...
“Oh chi si vede! Ciao, Norma” mi salutò Paolo Macrì. E mi presentò suo cugino Carlo Di Alesio che avrebbe studiato all’Università Statale e soggiornato al CUSM. Carlo, sorridendo, mi porse educatamente la mano e mi spiegò che aveva deciso di iscriversi a lettere moderne perché aveva sempre desiderato approfondire gli studi umanistici. In particolare adorava la storia dell’arte...
“Che fine educazione! - pensai - sembra proprio un piccolo Lord!”
Il suo modo di parlare era decisamente forbito, e semplice ed elegante appariva il suo modo di vestirsi, che quel giorno consisteva in un paio di jeans, in un bel maglioncino blu e in una camicia celeste chiaro che spuntava timidamente dal girocollo.
Gli feci i miei complimenti per il coraggio dimostrato lasciando alle sue spalle la famiglia e gli amici e da allora lo chiamai “piccolo Lord”. E lui apprezzò molto questo soprannome.
Carlo non era venuto da solo a Milano: un compagno di liceo lo aveva accompagnato, per la curiosità di sperimentare la qualità dell’Università di Festa del Perdono. Si chiamava Giulio Reggio ed aveva occhi chiari e bei capelli ricci. Sorrise mentre si presentava ed io lo chiamai amichevolmente “Ricciolino”. Dava l’impressione di avere molte cose da dire, molte domande da fare... Ma non era ancora venuto il momento di rompere il silenzio. Giulio non aveva ancora deciso quale strada scegliere...
Pensai che la loro timidezza sarebbe sparita presto: tempo un mese sarebbero diventati amici di tutti quelli che utilizzavano il pullman per raggiungere l’Università di Festa del Perdono.
Quel giorno feci con loro un giro per tutti i locali in comune del pianterreno, rispondendo alle loro domande, mentre Paolo, dopo averci salutato, si allontanava velocemente dicendo “Ciao, ragazzi, il dovere mi chiama! Ho da studiare!!!” Secondo me avrebbe scritto una tesi splendida, dissi, e Carlo mi diede ragione.
Su Giulio Reggio venni a sapere, più in là, che aveva avuto una brillante evoluzione: aveva abbandonato lo studio delle lingue per la pedagogia, diventando uno psicopedagogista molto abile nel creare percorsi di formazione per gli/le insegnanti dei nidi e delle scuole materne, e a volte anche per i genitori.
Casualmente mi è capitato di leggere su “Lo Specchio di Alice” (vedi fb) argomenti molto interessanti a cura di Giulio Reggio, come ad esempio “Raccontare le fatiche dell’educare” ed altri ancora, molto utili per insegnanti e genitori. Ma non solo utili per i genitori: anche i nonni avrebbero bisogno di essere guidati, perché proprio a loro vengono affidati spesso, per giornate intere, i nipotini, che non possono essere educati solo con la memoria dei propri tempi!!!
2) Agostino e le sue strane domande
In quel primo giorno per Carlo e Giulio si era avvicinato al nostro gruppetto un biondino che avevo già visto più volte al CUSM.
Si mise a parlare con loro degli esami che già aveva superato l’anno precedente. Si chiamava Agostino ed era bravo, studioso, ambizioso ed anche un po’esibizionista, pensai, ma la cosa che mi lasciò allibita fu una domanda che mi rivolse all’improvviso: “Norma, quali sono le ragazze più corteggiate qui al CUSM?” Non volevo essere sgarbata, perciò risposi alla sua curiosità con due nomi scelti casualmente, Ivana ed Anna. Queste due studentesse avevano molti amici e per questo potevano dare l’impressione di essere corteggiatissime... Mi sembrava strano che un ragazzo avesse un interesse per le ragazze più corteggiate delle altre. Poteva essere difficile conquistarne una se erano circondate da una folla di maschi... Solo molti anni dopo una mia ex compagna del CUSM mi rivelò che il biondino aveva sposato una di quelle due ragazze ed era rimasto grande amico dell’altra... E la mia sorpresa fu enorme!!! Il biondino aveva avuto la meglio sulla folla maschile che circondava le due bellezze cusmine!!!
3) Lina Asara
Lina Asara era sarda e si chiamava Michela, un nome bellissimo che finalmente adottò molti anni dopo. Era una ragazza molto affascinante, a detta di molti compagni del CUSM, ma lei alcuni non li guardava nemmeno, perché con il suo intuito aveva compreso che era molto meglio non dare spago a certi giovani che erano interessati solo al suo aspetto fisico. Si difendeva ignorandoli.
Era diventata amica mia e di Titti ed insieme avevamo cominciato a cercare qualche piccolo lavoro che ci permettesse di non chiedere un aiuto economico ai nostri genitori... Studiare e lavorare fu l’obiettivo principale del nostro terzo anno.
4) Studiare e lavorare: Olga mi convinse a darle delle ripetizioni
Il lavoro più semplice, per noi che stavamo per laurearci, era costituito dalle ripetizioni. Per noi borsisti, che eravamo considerati preparati, era facile trovare qualche studente liceale che avesse bisogno di aiuto prima dell’esame di maturità.
Di solito le richieste venivano poste in una bacheca all’interno del CUSM.
Io però non amavo questo tipo di attività lavorativa e preferivo studiare per superare velocemente i miei esami nelle varie sessioni.
Ma Olga mi convinse. Era una studentessa dell’ultimo anno di liceo classico e chiedeva ripetizioni di greco. Le telefonai per dirle che volevo parlare con lei prima di decidere.
Il giorno dopo la vidi e mi trovai in una casa dell’alta borghesia delle professioni. Il silenzio predominava dappertutto, i mobili erano severi e scuri. Suo padre e suo fratello, di dodici anni più grande di lei, erano avvocati. Lei era alta e bella, con lunghi capelli castani, ma aveva un viso triste. L’avevano iscritta ad una scuola privata, dove i docenti si preoccupavano solo di spiegare i contenuti delle materie e di dare dei voti, senza alcun interesse umano per i giovani che la frequentavano. Lei non vedeva l’ora di chiudere con il liceo classico, per poter iniziare una vita di viaggi in tutto il mondo. Voleva imparare molte lingue straniere, finalmente delle lingue vive, per poter dialogare con persone appartenenti a popoli diversi e trovare anche un lavoro all’estero. Forse così sarebbe stata felice.
Mentre Olga parlava con fervore perché aveva trovato in me una persona disposta ad ascoltarla, entrò nella sala/studio sua madre. Mi sorrideva con gentilezza ed io mi alzai per presentarmi e stringerle la mano. I convenevoli finirono in fretta e la signora uscì dalla stanza. Subito dopo, però, tornò con dei bicchieri di aranciata su un vassoio, che infastidirono Olga. “Chissà perché” mi chiesi io. “Forse non gradisce che sua madre possa sembrare una domestica... Ma no, il motivo deve essere un altro!!!”
Era evidente che Olga aveva bisogno di parlare con qualcuno in grado di capirla, ed invece la presenza della madre aveva interrotto di colpo il nostro dialogo...
Decisi all’improvviso che avrei accettato di darle delle ripetizioni e lei ne fu molto felice.
Mentre tornavo al CUSM pensai che sarebbe stato necessario riprendere il nostro discorso interrotto improvvisamente.
È inutile viaggiare nel mondo se non si è in pace con se stessi. Questo pensiero era profondamente radicato nella mia mente e pensai che fosse necessario lavorare su questo concetto per dare un equilibrio ad Olga prima di cominciare le lezioni di greco.
Mi tornarono alla memoria alcuni versi latini in esametri. Erano di Quinto Orazio Flacco, e li cercai appena tornata in collegio.
“Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt” (Epistulae, I, 11, v. 27)
Che cosa vuol dire questo straordinario verso?
Alla lettera più o meno significa “Coloro che viaggiano sul mare vedono solo un altro cielo, ma non cambiano il loro animo”.
Cioè: i viaggi non servono a migliorare il proprio animo. La felicità e la serenità dell’animo non possono dipendere dai viaggi, ma da un lavorìo interiore, dal proprio impegno nella ricerca della propria pace interiore.
Anche Seneca, nelle Epistole a Lucilio (XXVIII, 1, CIV, 8), la pensava allo stesso modo!
“Animum debes mutare, non caelum”.
Cioè: Devi mutare l’animo, non il cielo.
Il giorno dopo discutemmo a lungo ed Olga finì per comprendere che cosa significa “lavorìo interiore” ed “impegno nella ricerca della propria pace interiore”. La vidi più serena, sorridente, e pronta a combattere per migliorare se stessa. Era comunque necessario migliorare anche le sue conoscenze del greco e soprattutto “fortificare” la sua capacità di traduzione, perché quell’anno l’esame di maturità prevedeva una versione scritta dal greco.
Come esercitazione scelsi dei brani che lei doveva tradurre a prima vista, con il mio aiuto e ovviamente con quello del vocabolario Rocci. In un’ora di lezione il brano doveva essere reso in buon italiano.
Preparai anche una lezione propedeutica alla traduzione del greco antico.
Cominciai con questa domanda molto semplice: “Quando si deve tradurre un brano di greco antico, da dove si deve cominciare?”
Olga rimase incerta... Da tanto tempo non traduceva dal vivo un brano di greco. Durante l’anno scolastico si era limitata ad imparare a memoria le traduzioni per le eventuali interrogazioni. Anche nel mio ex liceo qualche studentessa tamponava le falle in questo modo.
Il suo silenzio mi spinse a riprendere il discorso facilitando al massimo la risposta. “Si deve cominciare dal verbo, che è il cuore della frase. Partendo da questo centro si va alla ricerca del soggetto, dell’eventuale complemento oggetto e di tutti gli altri complementi. Inoltre è necessario stabilire in ogni periodo quale sia la frase principale e quali le eventuali coordinate e subordinate.”
Cominciai a farle tradurre la “koinè dialektos” di Polibio, molto semplice, per finire con Tucidide, che il prof. Vittore Pisani ci faceva tradurre a prima vista durante gli esami di glottologia. Erodoto, Senofonte, Platone, Isocrate, Lisia, Demostene, ed infine il meraviglioso Arriano con la storia di Alessandro Magno furono gli altri autori scelti da me per i suoi esercizi di traduzione dal greco antico.
Olga inoltre negli ultimi due mesi ripassò da sola la storia della letteratura e la tragedia greca “Antigone” di Sofocle, ed io mi limitai ad interrogarla e a spiegarle le parti che non aveva compreso. Passavano i giorni ed era sempre più serena, fino a quando arrivò il momento in cui la salutai con un “in bocca al lupo” da lei molto gradito. Quando vennero esposti i quadri mi telefonò. Aveva una voce gioiosa. Non solo era stata promossa, ma aveva ottenuto un 42! Il voto era corrispondente al 7, se si usano i decimi. Che dire? All’epoca il voto massimo era 60 e pochi arrivavano a raggiungere questa cima. Lei all’inizio aveva sperato solo in un 36, cioè in una semplice sufficienza, ed invece era riuscita a librarsi in volo fino a prendere un voto che prima aveva considerato irraggiungibile!!! Le feci le mie congratulazioni e le chiesi dove si sarebbe recata durante l’estate. Mi rispose felice che forse sarebbe andata in Inghilterra oppure in Grecia: era ancora incerta!
Durante l’estate non seppi più nulla di Olga... Eravamo troppo impegnate entrambe, ma ero convinta che, in qualunque paese si trovasse, avrebbe continuato a fare tesoro delle nostre conversazioni!
5) La signora Solari
La signora Solari venne un giorno nel nostro collegio perché era alla ricerca di una babysitter per i suoi bambini. Era disposta ad assumerne anche tre, pagandole molto bene, per coprire i periodi della giornata in cui lei e suo marito non sarebbero stati presenti nella loro casa.
Era una bella donna, alta e sorridente, decisa a pagarci la somma di 400 lire l’ora per convincerci ad aiutarla.
Laureata in inglese, insegnava questa lingua in una scuola superiore vicino al CUSM. Purtroppo insegnava di sera e questo, per ogni babysitter prescelta, comportava il fatto di entrare nella sua casa verso le sei del pomeriggio per rimanerci fino alle nove circa di sera o addirittura fino alle dieci. Fortunatamente il condominio dove la famiglia Solari abitava era vicinissimo al nostro collegio, così nessuna di noi tre avrebbe perso troppo tempo per gli spostamenti.
Io, Titti e Lina apprezzammo il discorso della signora e decidemmo di accettare. Lei però si affrettò a precisare che avrebbe gradito vedere come lavorava ognuna di noi, perché eravamo solo delle studentesse e nessuno probabilmente ci aveva mai detto come si trattano i bambini.
Le mie due amiche per un mese furono impegnate a studiare per un esame, per cui la prima volta venni scelta io... fui io la prima cavia!
6) I racconti della signora Solari
Il primo giorno mi presentai puntualissima. Erano le sei del pomeriggio e in cucina c’era una bimba piccola ma non troppo, tra i quattro e i cinque anni. Stava finendo di cenare e davanti a sé, sul tavolo, faceva bella mostra la metà di un grosso pompelmo, che lei stava faticosamente scavando con un cucchiaino... Susan mi guardava con i suoi occhietti sorridenti e curiosi, ma non parlava.
La mamma mi spiegò che la figlia era nata negli Stati Uniti, e quindi, nel periodo in cui lei e suo marito erano stati costretti a vivere in America, la bimba aveva frequentato solo nidi e scuole materne dove si parlava esclusivamente la lingua del posto.
Aggiunse che erano appena tornati in Italia, per cui la bimba non aveva ancora amicizie.
“Povera piccola!” pensai tra me. “Vi siete trovati male negli Stati Uniti?” chiesi con gentilezza, senza far trapelare la mia curiosità...
All’improvviso mi trovai davanti ad una vera e propria pantomima. La signora, innervosita forse perché rischiava di arrivare tardi a scuola, cominciò a gesticolare, affermando rabbiosamente che suo marito era stato un ricercatore presso una Univesità importante e con ogni probabilità avrebbe gradito di rimanere negli USA. Lei però si era opposta con tutte le sue forze alla possibilità di rimanere in America perché era stufa di abitare in appartamentini piccolissimi come buchi, e con due bambini al seguito!
Capii che dovevo calmare la signora, perché avevo bisogno di avere delle notizie sulla bimba prima che lei uscisse per andare a scuola. Mi scusai per la mia domanda e la rassicurai affermando che conoscevo bene l’inglese e sarei riuscita a dialogare tranquillamente con la piccola. Poi, piano piano, le avrei insegnato qualche canzoncina in inglese. La signora sorrise e mi ringraziò, quindi, dopo un bacio alla figlia e un sorriso a me, fuggì verso la scuola.
7) La bambina: Susan!
Uscita la mamma, l’atmosfera si fece tranquilla e serena. Ci guardavamo e sorridevamo. “My name is Norma, and yours?” “Susan!” “Beautiful name!”
La nostra storia cominciò così e andò avanti tranquillamente per tutta la sera. Parlammo dei suoi giocattoli preferiti e li disegnammo insieme, ma non sapevamo dove fossero stati messi dalla mamma. Peccato, sarebbe stato bello giocare insieme. In mancanza di altro continuammo a disegnare. Ad un certo punto però pensai che c’era solo lei in casa. E il fratello dove era? Perché la signora non mi aveva detto nulla al riguardo? “Where is your brother, Susan?”
“Grandmother!!!” Tirai un sospiro di sollievo, il fratellino era dalla nonna! Poi lei aggiunse “Rimini”. A Rimini? Forse stava dalla nonna perché i genitori dovevano ancora sistemare la cameretta per il piccolo nella casa nuova, pensai io.
Era ormai arrivato per Susan il momento di andare a dormire. La feci andare in bagno, le feci lavare le mani e i denti, come facevo con i miei cuginetti Riccardo e Francesco. La aiutai ad indossare il pigiama e la feci mettere nel suo lettino. Ma non voleva dormire... Così cominciai a cantare in inglese. “I came from Alabama with my banjo on my knee, I’m going to Louisiana my Susanna for to see...” E immediatamente si addormentò!!! Evviva! Dovevo solo aspettare il ritorno della signora Solari per rientrare in Collegio!
Ma non fu facile tornare in Collegio... La signora volle sapere come me l’ero cavata con sua figlia parlandole in inglese e mi chiese, molto incuriosita, come mai stessi studiando all’Università lettere antiche invece di lingue straniere! Le raccontai che nel 1964 avevo ricevuto uno straordinario premio. Nel 1963, infatti, avevo conseguito a Sulmona, nel mio liceo “Ovidio”, la votazione più alta negli esami di quinto ginnasio e per questo la scuola mi aveva fatto partecipare ad un concorso di inglese. Nel 1964 fui ammessa, con altre 29 ragazze di tutta Italia, a trascorrere un mese in Inghilterra nella cittadina di Bath, per studiare l’inglese in una scuola per stranieri. Si trattò di una esperienza bellissima che ora mi permetteva di parlare con disinvoltura con Susan. Ma le cosiddette “lingue morte” erano la mia passione e non le avrei mai abbandonate... Ecco perché stavo studiando lettere antiche... Finalmente la salutai e tornai di corsa al CUSM.
8) Il bambino: Richard!
La settimana dopo trovai una sorpresa. Susan si trovava con la nonna a Rimini e il fratellino invece era dai suoi genitori.
“Norma, se la sente di rimanere da sola con il bambino? Solo per un po’ di tempo, poi tornerà mio marito qualche ora prima del solito e lei potrà rientrare nel suo collegio”.
“Penso di farcela, signora. Come le ho già detto ho due cuginetti, Riccardo e Francesco, di cinque e tre anni. E dall’otto settembre ho anche una cuginetta neonata, Cristina. Mi può spiegare in che modo lei mette a dormire il piccolino? Da quello che ho capito, il papà non tornerà tanto presto e potrebbe essere necessario far addormentare suo figlio prima del ritorno di suo marito”.
La signora a questo punto levò gli occhi al soffitto, come se io fossi una giovane incapace...
“Ma Norma, è facilissimo, non c’è bisogno di niente di particolare: è sufficiente tuffare il ciuccio nello zucchero, farlo succhiare a mio figlio, mettere a dormire il bambino nel lettino, spegnere la luce e chiudere la porta della sua cameretta. Si addormenterà immediatamente!”
Se questi erano i suoi metodi, non c’era altro da dire, ma molto da fare, quando lei sarebbe andata a scuola. Replicai dunque con queste parole...
“Immagino che lei abbia sperimentato più di una volta questo suo metodo, quindi lo utilizzerò anch’io se sarà necessario far addormentare suo figlio. Non si preoccupi, andrà tutto bene”.
“Bene, signorina Norma, buona serata. Stasera avrò parecchio da fare a scuola”. Mi salutò e si chiuse la porta alle spalle.
Con un sospiro di sollievo andai dal piccolino e gli feci un sorrisetto. Poi lo presi in braccio e gli dissi dolcemente: “Ciao, giovanottino, andremo d’accordo, vero? Ora proverò a fare quello che dice la tua mamma, e se non andrà bene troveremo qualche altro sistema”.
Inutile dire che il piccino cominciò a piangere disperatamente quando spensi la luce e chiusi la porta della cameretta...
Decisi così di fare quello che pensavo io. Via il ciuccio, via lo zucchero, e cominciai a cantare a bassa voce una dolce ninna nanna che mia zia Laura cantava alla mia cuginetta Cristina.
Mentre cantavo lo cullavo tenendolo in braccio, avvolto in una copertina. Mise la testolina sulla mia spalla e si addormentò. Piano piano lo poggiai sul suo lettino e lo coprii. Mi rilassai sul divano e mi addormentai anch’io.
Ma non durò molto il relax... ad un certo punto sentii un pianto flebile, che rivelava il senso di fastidio che il piccolino provava. “Beh, è ora di cambiarlo” pensai.
“Ma chissà dove la mamma ha messo i pannolini di ricambio...” Gira e rigira nei cassetti della cameretta finalmente trovai un ciripà di cotone a costine con due lacci, un triangolo di cotone con un rinforzo centrale di spugna e una mutandina di plastica. Wow!!! Vittoria!!! Gli tolsi i pannolini sporchi e lo lavai velocemente nel bagno. Aveva solo pochi mesi ed entrava tranquillamente nella vaschetta del lavabo... Era la prima volta nella mia vita che cambiavo un bambino da sola, ma avevo visto spesso come si comportava zia Laura con Cristina e la sua esperienza mi aiutò. Misi infine i pannolini sporchi sull’orlo della vasca e riportai Richard nel suo lettino, tutto pulito con i pannolini cambiati. Finalmente tornai a rilassarmi sul divano ed entrambi tornammo a dormire pacificamente.
9) Il dott. Solari
All’improvviso mi svegliai di soprassalto... Avevo sentito il rumore di una chiave nella toppa!
Mi alzai immediatamente perché immaginai che stava rientrando il papà del piccolo.
Antonio Solari doveva avere al massimo una trentina di anni e sembrava piuttosto stanco. Si presentò e mi ringraziò per la mia sollecitudine nei confronti del figlio. “Come ha fatto a farlo dormire così tranquillo?” mi chiese. Gli raccontai che facevo per la prima volta la babysitter per un bimbo così piccolo, ma mia zia e i miei cuginetti, non volendo, mi avevano insegnato tutto quello che era necessario per far dormire un piccolino e cambiarlo.
Rimase colpito e commentò la cosa molto gentilmente “Una ragazza così giovane sa fare già la mamma! Ma non doveva cambiarlo, signorina, non era tenuta a farlo. Mia moglie tra un po’ tornerà e l’avrebbe fatto lei. Oppure io.” Mi accorsi che stavo arrossendo e cambiai velocemente il discorso... “Ho visto sua moglie così stanca, che ho pensato di darle un aiuto. E’ stato molto faticoso lasciare gli Stati Uniti per tornare in Italia?”
Il professore rimase silenzioso per un po’, sembrava triste e sovrappensiero. Infine ammise: “Per me è stato un grande dolore lasciare gli Stati Uniti. Il mio lavoro era splendido. Ero in una Università prestigiosa, con dei colleghi molto in gamba con cui andavo molto d’accordo. Ma mia moglie stava male e rischiava un esaurimento nervoso. Non potevo fare diversamente”. Gli chiesi in quale materia si fosse laureato e quando sentii che era un fisico che stava lavorando ad un progetto molto importante, mi venne spontaneo dire “Ma allora lei è uno scienziato!!! Peccato che sia tornato in Italia!!!” Si mise a ridere divertito ed aggiunse un “Grazie, signorina, molto gentile, ma per fortuna anche in Italia si può lavorare nel campo della ricerca come negli Stati Uniti”. Mi precipitai a dire “Allora le faccio tanti auguri, prof. Solari. Le auguro di riuscire in tutto quello che desidera”. In quel momento tornò la signora Solari, che rimase molto contenta nel sapere che il bambino dormiva. Mi ringraziò e pregò il marito di accompagnarmi fino al collegio perché aveva visto in giro dei tizi poco raccomandabili. Ringraziai tutti e due per la loro gentilezza e, tornata nella mia camera, non potei fare a meno di sentirmi triste pensando alle difficoltà della loro vita.
10) Lina e Titti e la loro esperienza di babysitter
E venne anche per Lina e Titti il momento di lavorare con i bambini!
Le mie amiche però volevano studiare di pomeriggio e preferivano fare le babysitter durante le serate in cui i Solari uscivano con gli amici per andare a teatro o a sentire concerti, oppure al cinema. Di solito succedeva di sabato o di domenica. Purtroppo però, qualche volta, venivano invitati a cena in case private e potevano fare molto tardi.
Lina li trovava belli ed eleganti, sempre vestiti bene, sereni e felici. Molto gentili, la salutavano sempre sorridendo e le raccomandavano di utilizzare la loro TV o il loro giradischi, purché il tono fosse tenuto basso, altrimenti i bambini potevano svegliarsi e sarebbe stato un problema per lei... Ma Lina preferiva leggere, quindi la serata scorreva facilmente, senza fastidi.
Anche Titti si trovava a proprio agio nel silenzio dell’appartamento, leggeva volentieri e spesso studiava. Qualche volta sonnecchiava su uno dei divani. Di solito i Solari tornavano per lo più verso la mezzanotte e il professore le accompagnava sempre fino al CUSM per prudenza: delle ragazze giovani non dovevano andare in giro da sole! Ma una sera successe che Titti si svegliò verso le due. Nessuno era ancora tornato. Che cosa poteva essere successo? Lei non sapeva dove telefonare, non le avevano mai dato un numero di telefono. Aspettò ancora una mezz’ora, poi pensò che forse i vicini di casa sapevano qualcosa. Suonò alla loro porta, ma mentre parlava con loro mezzo addormentati, vide spuntare dalle scale i coniugi Solari. Titti era stata molto preoccupata, perciò, molto gentilmente, disse loro che non poteva continuare a fare la babysitter fino a tardi, doveva studiare. I Solari la ringraziarono per tutte le volte che aveva permesso loro di uscire, e si scusarono con lei per la preoccupazione che le avevano creato.
11) Quando si affacciarono alcuni problemi
Il 1969, tra aprile e giugno, fu veramente pesante. Il tempo impegnato di pomeriggio per le ripetizioni ad Olga, oppure per i bambini dei Solari come babysitter, era notevole. Avevo deciso di laurearmi o in paletnologia oppure in storia delle religioni, ma per poter chiedere la tesi ad uno dei due docenti dovevo prendere un voto alto negli esami che stavo preparando... E quindi dovevo studiare anche di pomeriggio per prepararmi bene. Ma non potevo abbandonare del tutto Olga che aveva l’esame di maturità! L’unico impegno che potevo cancellare era quello di babysitter...
Con molto dispiacere dissi alla signora Solari che non potevo più occuparmi dei suoi bambini, ma lei capì i miei problemi e mi ringraziò per il lavoro fatto. Regalai un libretto in inglese a Susan ed un animaletto di gomma a Richard e salutai tutta la famiglia, ringraziando i genitori ed augurando loro una vita serena. E la stessa cosa mi augurarono loro.
Tra le mie preoccupazioni ce n’era un’altra che non riguardava il mio studio, ma la mia famiglia.
Mia madre aveva trovato un lavoro a Roma. Mio padre, che a Sulmona era cancelliere - capo del Tribunale, si era fatto trasferire a Roma ed i miei due fratelli minori, Nando e Manuela, avevano dovuto lasciare con grande dolore i loro amici e la loro vita di Sulmona. Tutti e quattro richiedevano la mia presenza a Roma.
Mio padre era dell’opinione che “La Sapienza” di Roma fosse migliore dell’Università milanese di via Festa del Perdono. “Non perderai nulla!” sosteneva mio padre. “E potrai aiutare la mamma in casa e i tuoi fratelli nello studio...”
Mi preoccupai molto... Come mai nessuno della mia famiglia pensava al mio piano di studio? Se mi fossi trasferita a Roma avrei dovuto cambiare il piano di studio...
Inutile dire che pensai subito a Giorgio, che si sarebbe laureato in ingegneria elettronica nel dicembre 1969. Se mi fossi trasferita a Roma come avrei potuto vederlo nel momento più bello dei suoi studi? E se lui avesse trovato lavoro a Torino, la mia vita sognata con lui che fine avrebbe fatto?
Non potendo parlare per ora con mio padre di questi miei problemi, mi tuffai nello studio...
Dovevo studiare molto per ottenere dei buoni risultati!!! E i buoni risultati ci furono! Un 29 dalla prof.ssa Momolina Marconi e un 30 dal prof. Ferrante Rittatore Vonwiller.
12) Che regalo fare a Giorgio per la sua laurea?
Tornata a Milano dopo la pausa estiva cominciai a pensare che regalo avrei potuto fare a Giorgio per la sua laurea. Lui era appassionato di fotografia ed era veramente bravo. Avrei potuto scegliere una macchina fotografica, ma ero convinta che qualche persona della sua famiglia già aveva avuto questa idea, e francamente non volevo intralciare la strada di sua sorella o della sua mamma o degli zii e cugini... Così, con questo pensiero fisso in testa, mi avviai verso la sala mensa, ma purtroppo quasi tutti i tavoli erano occupati. Ad un tavolo era seduto solo un ragazzo, che però non conoscevo bene. Decisi che mi sarei seduta lì, visto che non c’era nessuna altra disponibilità. Con disinvoltura cominciai a parlare, scusandomi per la mia invasione del suo tavolo. “Ciao, mi chiamo Norma, e da stamattina non faccio altro che pensare se esiste qualche bel regalo da fare al mio ragazzo che sta per laurearsi”. L’argomento di conversazione piacque molto al mio compagno di tavolo. Mi disse che era altoatesino ed aveva la passione per le arrampicate. Portava sempre con sé una macchina fotografica per racchiudere nella sua memoria tutti i paesaggi che incontrava nel suo cammino, ma ancora di più gli piaceva stampare le foto da solo. Immediatamente il mio interesse per l’argomento andò alle stelle e gli chiesi se mi spiegava come si realizzava la stampa delle foto e che cosa si doveva comprare. Mi illustrò allora rapidamente il procedimento per trasformare l’immagine catturata dalla macchina fotografica in una foto su carta; mi disse poi che era indispensabile avere un ingranditore fotografico, per proiettare l’immagine dalla pellicola fotografica sulla carta fotosensibile, e delle bacinelle in cui tenere i liquidi di sviluppo e fissaggio per far apparire l’immagine sulla carta e fissarla in modo da impedire che annerisse nel tempo.
Se volevo, poteva accompagnarmi al centro di Milano in un buon negozio di sua conoscenza, che vendeva tutta l’attrezzatura fotografica che mi aveva spiegato, per poterla vedere da vicino e rendermi così conto dal vivo di che cosa si trattava. Entusiasta lo ringraziai ed accettai di andare con lui anche per comprare il mio regalo per Giorgio. “Bene! Sono contento di aiutarti a scegliere il regalo per il tuo Giorgio! E se vuoi ti accompagno con la mia cinquecento, per poter riportare comodamente tutto il materiale al CUSM.” Avevo trovato un amico prezioso, che durante i due viaggi fino a Milano e ritorno mi spiegò anche come si fanno le arrampicate... Durante ogni fine settimana andava sempre in montagna con la sua ragazza e si divertivano tantissimo a perfezionare la tecnica delle arrampicate...
“Bravi!” dissi “E chissà quante belle foto fai alla tua ragazza con lo sfondo dei paesaggi montani!!!”
13) Quando nel 2007 con la mia memoria tornai indietro al 1968/1969
Aggiungo a questo punto un breve schema della vita mia e di Giorgio per far capire a chi mi sta leggendo perché in un giorno dell’estate 2007 mi tornò alla mente l’anno accademico 1968/1969. E perché mi rattristai tanto.
Il 22 aprile 1972 Giorgio ed io ci sposammo a Roma, dove la mia famiglia di origine si era trasferita.
Del CUSM vennero al nostro matrimonio Mimmo Carbut e Danila Zadra, Tiziana Begarani e il suo Pigi; tra i compagni del liceo “Ovidio” di Sulmona vennero da Padova Sandra De Panfilis e Fernando D’Aloisio.
Dopo il viaggio di nozze in Grecia mi stabilii anche io a Torino, dove da tempo Giorgio lavorava come ingegnere elettronico esperto in telefonia.
Il nostro primo figlio, Andrea, nacque a Torino il 18 ottobre del 1973.
Nel 1975 ci trasferimmo in un paese delizioso del Canavese, Caluso, dove io insegnai lettere nel liceo sperimentale “A. Gramsci” fino al 1984.
Giorgio continuò a lavorare a Torino fino al 1984, poi ricevette un’ottima opportunità presso Telecom e ci trasferimmo a Roma.
Dal 1984 al 2011 io insegnai nelle scuole superiori di Roma.
Nel 1987 nacque a Roma il nostro secondo figlio, Alessandro, accolto con grande gioia da Andrea, da noi genitori e da tutti i nostri parenti.
I nostri due figli ci diedero sempre molte soddisfazioni e ci vorrebbe un libro per parlare di loro...
Mi limito a dire che Andrea si laureò in economia presso la Luiss di Roma ed Alessandro si laureò in ingegneria informatica presso l’Università “La Sapienza” di Roma.
Entrambi formarono due belle famiglie che amiamo moltissimo.
Era un giorno dell’estate 2007 a Pineto, in Abruzzo. Con noi c’era solo nostro figlio Alessandro, di venti anni, che si stava preparando ad un esame universitario nella pace del nostro appartamento al mare.
Ad un certo punto ci chiese se era il caso di andare all’estero per approfondire le proprie ricerche. “Ma quando dici all’estero a quale paese ti riferisci?” “ Gli USA, per esempio”.
All’improvviso mi tornarono alla memoria i signori Solari, con i loro dolci bambini; mi tornò alla mente il ricordo della bravura del professore, della signora che volle lasciare gli USA per nostalgia dell’Italia, del dispiacere provato dal professore costretto ad abbandonare gli USA...
“Chissà come è andata avanti la loro storia...” dissi ad alta voce. Alessandro volle sapere tutto quello che ricordavo, e inoltre mi chiese come si chiamava il professore e in che materia si era laureato.
Nel giro di pochi minuti, con il suo personal computer, capì che cosa era successo, mi guardò con tristezza e mi disse: “Mamma, ma è morto! Prima che nascessi io!!! A quarantacinque anni, nel 1983! Ha fatto delle scoperte straordinarie! Era un genio, è morto troppo presto...”. Nostro figlio non aggiunse altro. Non spiegò altro. Se il papà ingegnere poteva comprendere tutto, la mamma prof. di lettere non poteva certo capire le scoperte di un genio della fisica. Ma io in quel momento stavo ricordando il mio terzo anno di università, quando avevo avuto una bella esperienza di babysitter con una famiglia che dagli USA era dovuta tornare in Italia perché la signora non riusciva ad accettare quel tipo di vita, a differenza di suo marito, grande studioso e ricercatore.
Mi rattristai molto, pensando che se il professore fosse rimasto negli USA, dove la sua vita di ricercatore lo appagava e scorreva molto tranquilla, forse non sarebbe morto così presto.
Pensai a sua moglie, pensai ai suoi figli e al loro dolore e mi chiesi come si fosse svolta la loro vita dal 1983 al 2007, nei ventiquattro anni senza di lui, senza un compagno, senza un padre...
Mentre sto scrivendo oggi, spero che ora, nel 2024, la loro vita si svolga serenamente, nel ricordo di un vero genio, a loro tanto caro.